
«Il parco della scuola era bello e malinconico. Lunare»

Francesco Muraro è il preside dell’Istituto Comprensivo Statale “Via Giacosa” che si trova al Parco Trotter, specchio di tutti i cambiamenti del quartiere – e non solo – da sempre. Una scuola con una storia particolare, con il suo parco e la sua attenzione ai bambini bisognosi di cure già dagli anni Venti e poi nel Dopoguerra, ai figli degli immigrati italiani poi e infine oggi a quelli provenienti da tutto il mondo: il 70% degli alunni sono – che definizione stramba! – CNI, con Cittadinanza Non Italiana. Quando lo intervisto, a inizio gennaio 2021, la scuola è ancora operativa. I sentimenti sono privati, dice, ma senza una certa sensibilità, accompagnata da professionalità, non puoi gestire una scuola così. Nelle sue parole c’è tanto amore per il suo lavoro, frase retorica la mia, ma Francesco non lo è affatto, anzi, è molto ironico. Il suo effetto personale racconta il peso della situazione, e la sua lunare particolarità, ma anche la capacità di Francesco di farsene carico come può, al meglio delle sue forze.
Non so bene perché mi è venuto in mente, ma io ho un mazzo di chiavi, anzi due, belli pesanti: la mia scuola è piena di porte. Durante il lockdown li avevo sempre con me perché c’ero solo io e magari dovevo aprire la scuola, chiuderla, far entrare i volontari, i tecnici… Cascavano i rami di qualche albero? E allora dovevo aprire io il gabbiotto degli attrezzi… Ho quasi questa memoria fisica (ride) delle chiavi della scuola, come raddoppiata dalla sensazione di vuoto: avere io tutte le chiavi dover aprire tutto io, voleva dire che ero lì solo soletto, solo con 25 chiavi in tasca. Tra l’altro tutte simili: ogni volta a dover anche combattere con le chiavi – e questa gialla cosa apre? E questa verde? questa viola?
I sentimenti non sono permessi
Come preside devo sapere un po’ tutto, dal giuridico al sanitario, poi quest’anno del sanitario non ne parliamo. Nel mio caso devo saperne anche un po’ di botanica perché quando mi casca un albero devo capire perché (ride). Quindi è il fascino del mestiere del preside, che ci si creda o meno, è anche questa sua complessità, questa sua eterogeneità di competenze. È stimolante.
Come dirigente non devo avere sentimenti (ride) non posso permettermelo. Non lo dico del tutto scherzando. Bisogna avere un equilibrio mostruoso, ci sono situazioni che per le sensibilità personali possono essere molto dure da gestire: famiglie col papà in carcere, famiglie smembrate dalla migrazione, ma anche famiglie italiane con situazioni difficili. Qualche genitore, per fortuna non molti, sono mancati con il covid. Insomma i sentimenti uno se le gestisce poi privatamente, però se non hai la sensibilità oltre che la professionalità, una scuola del genere, secondo me, non riesci a gestirla nel modo giusto. Devi riuscire a canalizzare la tua sensibilità in scelte equilibrate. Mi sto formando ancora a fare questo, non c’è mai un punto d’arrivo.
La SIM Sospesa
Una scuola del genere, per sua natura e per scelta di gestione, deve essere una scuola molto collegata al territorio, più di altre. Una scuola molto più aperta perché è aperta di suo: è un parco pubblico quando non è una scuola. Durante il lockdwon abbiamo riscoperto, riannodato, potenziato una rete di supporto sociale e socioeconomico per le famiglie e per i bambini. Quella situazione, tra marzo e maggio, ha fatto emergere e peggiorare molte situazioni. Abbiamo fatto un’azione di gestione abbastanza straordinaria perché abbiamo distribuito quasi 200 computer che a marzo non avevamo (ride). Quindi li abbiamo presi grazie a mille fonti, donazioni, bandi, acquisti, regali… Ne abbiamo anche persi il 20%, perché molte famiglie poi chissà dove sono finite: gli stranieri giustamente migrano, cambiano casa, cambiano città, tornano indietro. C’è stata anche molta solidarietà dei genitori: hanno finanziato parecchie connessioni grazie all’iniziativa della SIM sospesa presso un negozio di zona. Io indirizzavo lì certe famiglie e potevano ritirare questa SIM gratuitamente.
Il computer come la penna d’oca
L’idea che mi sono fatto sulla DAD è articolata. Cerco di non essere un arcitaliano e quindi di non fare un “o tutto sì o tutto no”. Come scuola eravamo un passo indietro dal punto di vista dell’uso di tecnologie per la didattica. Però grazie soprattutto a qualche mio collaboratore particolarmente competente, si era creata la possibilità di una digitalizzazione della didattica a tappeto. Come se avessimo una fuoriserie nel garage spenta che nessuno utilizzava. Nel giro di un paio di settimane, tra fine febbraio e primi di marzo, tutti gli alunni avevano un account istituzionale, tutti i docenti avevano possibilità di gestire una classroom e ovviamente un calendario didattico in video. Dopo questa operazione emergenziale, mi sono posto la domanda di cosa fosse valido o meno in tutta questa esperienza.
Sicuramente è problematico l’aspetto infrastrutturale della scuola e delle famiglie: se non hai il computer e non hai una connessione, o ce li hai scarsi, è chiaro che questo strumento crea una divaricazione di accesso al diritto all’istruzione che chiunque può capire. Non può essere una forma esclusiva. Può essere una forma integrativa? Secondo me sì. Soprattutto per quella che adesso chiamano didattica digitale integrata, che è diversa dalla didattica a distanza.
La didattica digitale integrata prevede la presenza, e l’uso delle tecnologie anche in presenza, soprattutto delle piattaforme di condivisione di contenuti, anche video o dirette. Può diventare uno strumento utile per integrare la didattica e alfabetizzare i ragazzi sul digitale. Dico una banalità: mia figlia fa la terza media, tra l’altro nella mia scuola poverina (ride), e non sapeva usare l’email, Excel, o Word… Adesso lo sa fare. Ho avuto un dibattito con una esperta di didattica digitale che diceva: “Sì vabbè, ma quelle contano poco, devono saper fare i video”. Io le ho risposto: “No guarda, i video li sanno già fare”. Nel mondo del lavoro servono queste competenze, non è che bastano i video! E sono competenze di base, come una volta era imparare a scrivere con la penna d’oca senza sbavare.

I docenti, tra ansia e Kant
Uno sbandamento emotivo e professionale c’è stato tra gli insegnanti durante questi mesi. Chiaramente non tutti allo stesso modo. Per quel che mi riguarda – ma il mio non è un caso unico, qualche altro docente credo sia più o meno vittima degli stessi effetti – sto nel giorno della marmotta… Tutti i giorni, tutti i giorni, tutti i giorni, tutto uguale. Nessuna pausa, mai. Un effetto di ripetizione che chiaramente devi reggere, che chiaramente rabbuia un po’ la tua positività. I primi tempi dovevo tenere tutti sotto controllo. Ad esempio con i primi positivi a scuola. Dovevo dire: “Voi non potete, docenti e genitori, visto che sapete chi è il positivo, dirlo a tutti anche sui social”. Ci sono state tante reazioni tra i docenti: la ritirata, l’emotività, la capacità di mantenere un certo equilibrio tra vita privata e professionale, l’approccio quasi kantiano… Che è quello in cui un po’ mi riconosco, non vorrei sembrare troppo esagerato (ride). È l’approccio del senso del dovere. Devo farlo, lo faccio. Punto. Fino a che reggo, faccio. Devo dire che salvo qualche rara e sgradevole eccezione, i docenti rispondono eccome all’emergenza.
Gli studenti, tra disciplina e difficoltà
Parlando del periodo di lockdown, è chiaro che c’era anche lì una varietà enorme di comportamenti. Ci si trasferiva in una sfera nuova, quella online, piena di opportunità, la capacità e la possibilità di disturbare la lezione e di infierire sui compagni talvolta aumentavano. La chat si riempiva di porcherie. E chiaramente si chiedevano nuove competenze di gestione ai docenti, perché se sei in classe sai come fare, se sei in video cosa fai? E poi pensiamo ai bambini con problemi, anche acuti: disabili e non disabili. In particolare l’iperattività è stata sottoposta a delle dosi di stress aggiuntivo: prova a tenere un iperattivo con la mascherina, in una classe, distanziato. Non si può fare. E devi inventarti delle soluzioni, anche organizzative.
Abbiamo rimodulato l’organizzazione della didattica, ad esempio portando l’ora a 55 minuti e creato dei passaggi tra le lezioni. Poi certo ci sono gli episodi classici di vita scolastica, ma variati per il covid. Il piccoletto che sputa in faccia ai compagni dicendo “Beccati il covid”, un’innovazione diciamo (ride) nel campo del microbullismo giovanile. Oppure quello che arriva a scuola con tre mascherine e tre guanti e ricoperto di gel, perché la famiglia lo inguaina prima di mandarlo a scuola.
Nei primi mesi di ritorno a scuola, a settembre, i ragazzi, soprattutto più piccoli, avevano però assorbito in una maniera inaspettata l’indicazione di restare nelle regole. All’inizio erano dei soldatini, una cosa impressionante. Entravo in una seconda elementare ed eccoli tutti seduti, tutti con la mascherina, tutti in fila, tutti a lavarsi le mani. Una disciplina interiorizzata dalla famiglia, dai media… A gennaio però ormai cominciano a non poterne più. Passato un anno, la stanchezza c’è.

I genitori, tra chat esplosive e movimenti tellurici
Forse è il capitolo più difficile. A causa ad esempio della difficoltà di molti a tener duro, perché magari avevano perso il lavoro. Ci sono stati dei casi di crollo psichico, più o meno. Tutto questo poi si riverbera nelle chat dei genitori, nel rapporto con la scuola. Percepisco una sorta di movimento tellurico sotterraneo nella psiche generale (ride) nell’inconscio collettivo, come si diceva forse tempo fa, abbastanza preoccupante. I docenti sono anche talvolta genitori, ma hanno il filtro professionale, capiscono il perché di certe disposizioni.
Ma il genitore? Abbiamo visto l’onda lunga, e ben più grave, di quella cultura nuova a causa della quale il genitore ti spiega cosa devi fare. In chat o via mail. Ci è stato chiesto di tutto: “Io voglio le lezioni personalizzate perché mio figlio si è slogato un polso e per tre giorni non viene a scuola”. Una mole enorme di lavoro in più, tutto di relazione. Mi mandavano pure i protocolli dei tamponi dicendo: “Questo ospedale usa i tamponi in questo modo”. È diventato pesantissimo. Una cosa interessante, cambiando argomento, è che io non ho avuto alcuna evidenza di italiani o egiziani che dicessero al cinese “Ci hai portato il covid”. Al contrario, ho dovuto battagliare con famiglie cinesi che non mandavano i figli a scuola: “No, ho paura del covid, non ce lo mando” anche a causa delle notizie che arrivavano loro dalla Cina. Questa non te l’aspettavi, vero? (ride). Abbiamo anche scritto un vademecum sulla sicurezza nelle scuole, che dovrebbe essere in via di traduzione, da diffondere alla comunità cinese.
La disfida delle brocche
Poi c’è tutta la questione delle mense, di come si mangia, come non si mangia… C’è stata la disfida delle brocche (ride). Milano Ristorazione ha detto “Noi usiamo l’acqua del sindaco e la mettiamo nella brocca, ma la brocca non può essere toccata da tutti: solo l’insegnante può scaraffare”. Ora non è che in seconda o terza elementare i bambini si allineano, riempiono tutti i bicchieri insieme in un giro e poi eventualmente l’insegnate fa un secondo giro. Non siamo in un college vittoriano! Per cui l’insegnante a un certo punto ha detto “Ma come faccio a mangiare e alzarmi per ogni bicchiere?”. Allora i genitori hanno scritto a Milano Ristorazione e al preside, a me, per conoscenza: “Come risolviamo la questione della brocca?” Chi tiene la brocca? Chi sbrocca la brocca? (ride) Portiamo tutti la borraccia da casa! Ma la borraccia si riempie a scuola nei bagni o si riempie a casa?”. Questa cosa della brocca mi han portato via la pelle per un mese (ride). Ed è un dettaglio, a pensarci bene, però in questo momento, anche questi dettagli diventano occasione di interminabili analisi.
Una bellezza malinconica e lunare
La mia un’immagine della pandemia posso averla solo io. Sono io che vago al Parco Trotter vuoto, e sono l’unico essere vivente, a parte gli uccellini e i ratti… Questa immagine in me è fortissima. Se parliamo di sentimenti, questa immagine è doppia: un’immagine bella – era primavera, c’era il sole, i fiori stavano fiorendo – ma è anche di una malinconia pazzesca. Vedere tutte le altalene vuote in una scuola abitata abitualmente mille bambini, più di duemila genitori, e poi gli anziani, i cani… Era tutto così lunare. Avere nella memoria questa immagine è allo stesso tempo un privilegio incredibile e una malinconia profonda.
