
«La città è più della somma dei suoi quartieri»

Nato a Cosenza 34 anni fa, dopo aver studiato a Bologna, Daniele Dodaro si è trasferito a Milano e da qualche anno è il “sindaco di NoLo”. Cioè colui che ha creato quella Social District che ha avuto così tanto successo. Daniele è al centro di diverse iniziative, tra cui anche la Spesa Sospesa, e muove le fila della pagina. Inoltre è anche fondatore di Squadrati, società di ricerche di mercato, celebre per i suoi quadrati semiotici. Uno l’ha dedicato ai quartieri di Milano e uno anche al nostro atteggiamento durante la pandemia. Il suo di atteggiamento me lo racconta durante questa intervista, insieme a tante altre cose. La pandemia ha portato tutti a riflettere su temi come la casa, la famiglia, la città. E il quartiere. Cosa vogliono dire per ciascuno di noi? Per questo le parole del sindaco di NoLo mi paiono quelle giuste per chiudere la prima parte del progetto Effetti Personali e per chiudere il cerchio, facendosi raccontare come è nata la famosa pagina Facebbok di NoLo
Io volevo comprare casa, abitavo sul Naviglio Pavese. Il mio baricentro è sempre stato a Milano Sud. Motivo per cui stavo guardando nel primo tratto del Giambellino, ma non trovavo, non trovavo, finché il mio ex compagno un giorno mi dice: “Ho un appartamento in via Venini, ma tu l’hai mai considerata Via Venini?”. E io – te lo racconto perché ti fa capire come l’ignoranza generi mostri – dico: “Ma Via Venini dov’è, come si arriva in metro”. E lui mi fa “Ti fermi a Pasteur”. E io: “E secondo te io ho voglia di farmi rubare il portafogli?”. Gli rispondo così, senza esserci mai stato, che ignoranza! E invece poi vedo questo quartiere, e mi piace, compro casa, era il luglio 2015, lo dico a dei miei amici, che mi fanno: “Noooo, ma fantastico, ma ci pensi che hai preso casa nel cuore di NoLo!”. E io: “Ma che è sto NoLo?”. “NoLo sta per Nord di Loreto”. Quando me lo hanno detto l’ho trovato geniale, perché facevo fatica a spiegare la zona: quando dicevo “Loreto”, la gente pensava solo al piazzale. Quando scopro la parola NoLo, penso quasi per gioco di creare una pagina che raggruppi le cose che succedono nel quartiere, con un intento naïf, non “gentrificatore”. Ma poi scopro che la pagina c’è già. E allora penso di creare una Social Street – venivo da Bologna, conoscevo la Social Street di Via Fondazza. Ho pensato che così avrei potuto fare amicizia. Il successo però di NoLo non dipende dalla Social Street, ma da un articolo uscito su D di Repubblica. Una zona – diceva il pezzo – in bilico tra degrado e miracolo. Quando leggo il pezzo mi stupisco di questa attenzione, che poi si moltiplica su vari giornali. E così anche la Social Street piano piano cresce.

Non è puffolandia
Alle volte penso che tutto questo entusiasmo sia eccessivo: sembra il mondo di Puffolandia dove tutto è “noloso”! Il rischio è che sembriamo un branco di deficienti (ride). Il quartiere, la radio, la Social Street mi hanno assorbito tanto, però penso che il nostro mondo non si debba chiudere solamente a NoLo. I miei genitori mi prendono in giro. Mia madre dice: “Ma tu tanto hai fatto, tanto hai detto, e alla fine ti sei ricreato il paese a Milano!”. Un po’ ha ragione. In realtà però per me è una socialità a intermittenza. Non è che devo stare per forza a NoLo, i miei amici sono in varie parti di Milano.
Il quartiere che avvolge
Non abiterei mai, per fare un esempio, al villaggio del giornalista alla Maggiolina, col verde e la bella casa. Io voglio un quartiere paese, un quartiere borgo. In generale ho questo imprinting un po’ provinciale – non so se è legato al mio essere stato studente a Bologna. Mi piace l’idea di una città chiusa, concentrica, raccolta, dove le cose sono vicine. Non è solo una questione di servizi, è proprio psicologico. L’idea è essere avvolti, è la sensazione di essere un po’ ovattati ed accolti. Quando ho visto Nolo, mi è piaciuto che fosse chiusa dai binari della stazione e da Viale Monza e Viale Brianza. A me piace anche Casoretto, ma non starei in Via Porpora, in Via Teodosio. Mi piace quello che ci sta dentro: Falloppio, Catalani, Jommelli. Tutte quelle vie un po’ paesello, dove però so che è Casoretto.
La città è più della somma dei quartieri
NoLo è un po’ un’esagerazione, però il modello di città basato sulla prossimità e i quartieri mi piace, visto che amo l’idea di città raccolta. Capisco dunque il concetto della famosa città a 15 minuti, che poi a NoLo magari sono 10! Ma bisogna evitare l’effetto Palio di Siena, anche perché la città dovrebbe essere più della somma dei suoi quartieri. Sto lavorando con un progetto su piazzale Loreto con la mia società. Può essere un’operazione di gentrification, e si cerca di stare attenti alla dimensione locale: “Dobbiamo ascoltare i cittadini”. Come ricercatore ho intervistato dei vicini di casa per raccogliere la loro opinione dal basso. Allo stesso tempo alcuni architetti però spiegano che sì, va benissimo considerare le esigenze della comunità locale, però Piazzale Loreto non è di NoLo o di Casoretto, ma è della città di Milano. E quindi potrebbe essere un landmark, un simbolo di Milano del mondo, come oggi è Gae Aulenti, che in un certo senso è il nuovo Duomo.

I quadrato dei quartieri di Milano
Ho fatto anche il quadrato semiotico dei quartieri di Milano, che ti fa vedere che ci sono quattro modelli di quartiere. Baggio non è attraversato tanto dai non residenti, però ha una sua coesione, ed è dunque un Borgo. Casoretto idem. I quartieri Dormitorio non hanno coesione e non sono attraversati, quindi un disastro: Fulvio Testi, Santa Giulia. Poi ci sono invece i quartieri Vetrina che sono molto attraversati ma che non hanno coesione (Cordusio, Brera): puoi avere gli amici della tua cerchia, ma tu che arrivi come nuovo residente non hai la possibilità di usufruire di reti sociali. E poi ci sono invece i quartieri Community: Nolo, ma anche Chinatown, Sarpi, in parte anche Porta Venezia. Questi quartieri non sono solo attraversati dai non residenti, ma sono coesi e hanno anche una vita di paese. Dal mio punto di vista, è il quartiere più figo. Da un lato, qui a NoLo, hai i ragazzetti che davanti al locale Ghe Pensi MI si fanno il selfie e dicono: “Sorridi siamo a Nolo”. Per me è come essere Black Mirror, ma allo stesso tempo stanno portando soldi in una zona, quindi ben vengano. Dall’altro c’è il mondo dei residenti, ci aiutiamo tra noi e facciamo una vita da paese. Quindi per me quello è l’ideale, un quartiere che sia attraversato dai non residenti e che sia anche vissuto. A differenza del paese di provincia tu non guardi con diffidenza il nuovo che arriva. Non devi dire – come si diceva nei paesi dalle mie parti – “E tu, a chi sei figlio?”. La mentalità è diversa.